mercoledì 21 dicembre 2011

Sfide culinarie e il superlativo dei verbi




Uhh a mi i cacos mi plasonin” Disse.

E qui bisogna fare una premessa linguistica. Come forse non tutti sanno, la Lingua Friulana o Marilenghe ha al suo interno diverse varietà geografiche. Qualche volta persino all’interno dello stesso paese si riesce a dire di quale borgata una persona fa parte, da una piccola variazione nella pronuncia o nel lessico.

Il tipo di friulano qui sotto esame, oltre a desinenze impossibili, riesce a fare delle acrobazie grammaticali che concepiscono l’accrescitivo dei verbi.

Tradotta, questa frase suona così: “Uhhh, a me i cachi mi piacionano”. Così disse l’individuo!

Il caco è un frutto straordinario. Mi ha sempre incuriosito, ma mai abbastanza da mangiarlo con gusto.Una persona per la quale il frutto per eccellenza è una mela croccante, non può venir attirata da un dolce al cucchiaio da giardino. Infatti, un caco è ai miei occhi una marmellata che il Buon Dio ha racchiuso in una buccia e appeso a un albero. Un frutto che è impossibile da mangiare senza che i ¾ di esso non scivolino nella manica del maglione di lana, andando a formare delle comode sacche a livello dei gomiti.

E’ un frutto che è una contraddizione in termini: fruttifica su un albero senza foglie, in un periodo dell’anno famoso solo per produrre solo i frutti di rigogliosissimi alberi di agrumi. Il profilo dell’albero appare comicamente agghindato da pomi arancio, sugli smerli creati da stecchi apparentemente secchi e improduttivi. Sembra un po’ un corallo nero addobbato.

Queste le premesse.
Ora posso io, individuo dai forti slanci mammeschi, lasciare la creatura senza un’adeguata torta di compleanno?

La sfida si presentava su due fronti: uno culinario e uno personale. Che cosa c’è di più stuzzicante per un “pasticcere”, di una persona che non è golosa di dolci? Il confine fra stuzzichìo, sfida e frustrazione è sottile.
Come fare una torta con i cachi, che sappia effettivamente di cachi? Che magari li richiami per colore, e consistenza? E soprattutto come fare una torta di cachi per una persona che non muove un sopracciglio alla vista di una torta? Ragionandoci un po’, ho pensato che usarli come purea per un dolce secco non sarebbe stato molto sensato. Rischiavo di snaturare le caratteristiche che rendono un caco, appunto, un caco.

Un cheesecake mi sembrava adatto. Cremoso , morbido e dolcissimo come un caco, arancione brillante in superficie. Una base croccantissima di cantucci sbriciolati e caramellati, aromatizzata con una punta di cannella e scorza d’arancia. Una mousse cremosa ma soda di formaggio quark, latte condensato e semi di vaniglia, ricoperta da un coulis di purea di caco e miele. Al centro, un sole fatto con spicchi di caco adagiati sullo strato arancione brillante. Una torta più simile ad un tramonto invernale che a un vero e proprio dolce.

In fondo, perché mi dilungo tanto in descrizioni???
E qui veniamo al dunque. Direte voi: e la foto? Eh, niente foto!
Arianna ha vinto la sfida su entrambi i fronti. Ho fatto una torta di cachi che esaltava la cachità del caco (passatemi l’espressione) e che era così buona e invitante, che il destinatario ha continuato a non muovere nemmeno un sopracciglio (che fatica, i caratteri criptici e introversi), però ha mosso le mandibole, perché della torta non è rimasto nulla.

Per farlo ho preso un pacco di Cantucci senza glutine (io marca Nutrifree oppure li fate voi), li ho sbriciolati col batticarne (catarsi totale!) e li ho caramellati con 150gr di zucchero di canna con una puntina di cannella e un pizzichino di scorza d’arancia. Ho lasciato il composto sbriciolato. Ho sbattuto a crema 500 gr di formaggio Quark (preso alla LIDL) con mezzo tubetto di latte condensato, e i semi della bacca di vaniglia. Ho montato due chiare a neve con 50 gr di zucchero semolato e li ho aggiunti alla crema di quark. Ho sciolto 4 fogli di gelatina e li ho aggiunti al composto. Ho prelevato la polpa di 4 cachi maturi maturi l’ho frullata. Il un pentolino l’ho scaldata con 3 cucchiai di miele e uno di succo di limone e a questo composto ho aggiunto 2 fogli di gelatina.
Ho messo le briciole di cantucci in una teglia da 20 cm di diametro, ci ho versato sopra la mousse di quark e sopra ad essa il coulis di cachi. Ho lasciato una notte in frigo e la sera ho decorato con il mio sole fatto con un altro caco maturo. Buona!

NB, la foto non è mia! l'ho presa da internet
www.laterradipuglia.it
http://www.madeinkitchen.tv/blog/ricette/autunno-i-cachi/ 

martedì 6 dicembre 2011

Il matrimonio del Papu e Elena



Più si invecchia più si diventa sentimentali. Ogni giorno che passa me ne convinco di più.

Lo scorso sabato stavo passeggiando per le vie che portano da casa mia a piazza primo maggio a Udine. Costeggiavo la roggia che passa vicino alla Madonna delle Grazie, e guardavo il gruppetto dei Germani Reali che hanno eletto quella cornice liquida che cinge la chiesa tra via San Valentino e lo Stellini a loro casa.

Guardo il Campanile del Castello e l’Angelo, da poco agghindato a luminosa Buona Stella della città che indica fermamente sud-sud ovest. Piove anche oggi, come pioveva Sabato scorso.

Sabato Scorso si è sposato il Papu. Sabato 3 Dicembre, una data che ha messo in seria difficoltà la parte femminile, causa vestiario. Una data che ci è stata comunicata con lo stesso preavviso con cui si organizza una Pasquetta! Ma il Papu e Elena sono così, informali, rilassati, privi di qualsiasi rigidità, e a me va bene così.

Insomma, alle ore 07:45 aspettavo fuori dalla porta del mio condominio l’armata degli “AmigosdiUdine” und gruppo di irriducibili, che ora sono sparsi per mezza Europa e per mezza Italia, ma che nelle occasioni si riuniscono sempre come uno sciame di api. Non ricordo una Pasquetta, un Ferragosto, un Capodanno che sia passato senza che gli AmigosdiUdine si riunissero. Per l’occasione anche il mio accompagnatore spilungone, il cui ritardo è costante e intrinseco come quello dell’Eco di una voce, arriva addirittura con 15 minuti di anticipo sull’anticipo. Ineccepibile, preciso e sbarbato di fresco, neanche un capello fuori posto, ha l’aria di uno scolaro del liceo classico degli anni venti. Tirato col righello. Proprio uguale a me, che sono là fuori che mi sto truccando mentre aspettiamo gli altri sotto la linda dell' ingresso.

Arrivano Fede e Franci, con Marco e Eva; Ale e Vale, poi Max. Ci si organizza nelle macchine e si parte. I nostri movimenti scanditi dal metronomo del tergicristalli. Arriviamo a Padova. Ale, il cui bioritmo è stato pesantemente disturbato dall’assenza di una colazione sopra le 900 Calorie si fionda su una pastina e su un cementizio pezzo di salame al cioccolato offerto dal super-organizzato bar della canonica, somigliante alla mia immagine mentale di Honeydukes/Mielandia dei libri di Harry Potter.

Arrivano i Lorenzi e Barbara da Bologna, Luca dalla Germania visibilmente asciugato da ore impossibili trascorse in laboratorio a osservare molecole; Marco e Natalie da Lugano, Luca e Sezin da Milano.

Arriva Papu, non so se fosse nervoso, Papu non lascia trasparire mai niente. A parte un commento sulla meraviglia per i miei tacchi e al fatto che, pur avendoli, fossi riuscita a corrergli incontro per dargli il solito abbraccio stritolatore, che è ormai diventato il nostro saluto.

Arriva Elena, ci stupisce con tubino e mantellina di lana bianca, cappotto bianco e grintosissimi stivali. Ma soprattutto col bouquet, comparso solo in un secondo tempo, fatto di rose di filo di lana candida
La chiesa, bella, semplice e poco addobbata, sincera e semplice, come la mia immagine di loro due. Il frate, simpatico e al passo coi tempi, conosce gli sposi. Ciò gli permette di fare dei commenti sentiti e sensati, che giocano sulla rappresentanza di due regioni italiane, vicine ma distinte. Cocciuta, concreta e senza fronzoli questa coppia Friulo-Trentina. La voce argentina e spigliata di Elena segue a quella timida e sussurrata del Papu.

Arianna piange, così come un’anzianotta nonna sentimentale. Io sono molto sensibile alla poesia, alla dolcezza e ai buoni pensieri. Hanno la marcia in più che dona al mondo quel tanto di colore che gli consente di non essere solo una sfera che gira senza tempo. La luce dorata dell’angelo di Udine, i Germani Reali che sculettano allegri vicino alla roggia, la poesia della semplicità di una promessa fatta davanti alle persone a cui vogliamo bene.

Questo hanno creato il Papu e Elena. Un grande convivio, di persone attaccate da affetto e dal calore di anni passati assieme, anche se lontani. Ci hanno chiamati tutti. E tutti siamo arrivati, chi da Lugano, chi da Heidelberg, chi da Bologna, dal Trentino, da Udine, da Milano, tutti, in un abbraccio ormai internazionale su un letto di confetti candidi.

Per loro ho fatto qualcosa come 160 Biscotti Zaletti. Una specie di dolce del triveneto che nella mia mente con la sua presenza di mais e burro conciliava le tradizioni culinarie del Friuli del Papu, del Trentino di Elena e della Terra Franca che ci ha ospitati, il Veneto.

La ricetta che ho preso dalla Cucina Italiana e ho adattato alla lavorazione senza glutine è semplice e sostituisce  alla semplicità degli ingredienti la lunghezza della preparazione, quasi ad incarnare lo spirito di dedizione al lavoro di queste terre.

L’aroma da di questi biscotti una volta cotti fa parte di quei ricordi olfattivi pieni di poesia che mi ancorano saldamente alle roccaforti della mia esistenza. Sa di tradizione, di tempi passati. Profuma di certezze. Perchè chi ha bene saldi i princìpi può affrontare il vento del cambiamento con un po’ più di animo.

Un po’ come il Papu e Elena, che nella loro semplicità hanno fatto un bel salto nel futuro in veste nuova.

Come ha detto bene il frate che li ha sposati “Gesù benedice chi ha il coraggio di osare”.

Impariamo tutti!

Questa la ricetta dei miei Zaletti rivisitati Gluten Free

150grammi di farina gialla
150 gr di farina BiAglut
120 gr di burro
3 tuorli
100 grammi di uvetta
100 grammi di zucchero
semi di vaniglia
½ bustina di lievito

Mescolare le polveri setacciandole assieme, a parte lavorare burro e zucchero con le dita finchè si ammorbidiscono e diventano una crema, aggiungere i tuorli, e l’uvetta ammollata in acqua per 10 minuti.

Aggiungere la farina e senza far riposare formare delle losanghe che cucineranno in forno per 8 minuti a 160 gradi.
Spolverizzare di zucchero a velo una volta freddi


La mia cucina in piena febbre produttiva

giovedì 24 novembre 2011

Speedy Pizza gluten free al sapore di Solleone



No, no niente pizze surgelate, anche se devo ammettere che le ditte del senza glutine ne offrono parecchie e qualche volta sono rimasta un po’ tentata…

L’altra sera era la prima sera dopo, boh non so, tre settimane, che mi si prospettava una serata casalinga. Io lo so che me le vado a cercare, ma per una roba o per l’altra non riesco mai a essere  a casa ad un ora decente. Avevo una montagna di roba da stirare che raggiungeva l’altezza di un ragazzino di 11 anni, così ho dato alla serata un tono cinematografico neo-cenerentoliano, passandola stirando davanti al l’ultimo film su Robin Hood intervallato da una chiacchierata con Skype con un amico recentemente emigrato in terra teutonica.

Dicevo, sono arrivata a casa dopo una spesa veloce in un bellissimo nuovo supermercato che hanno aperto. Io adoro i supermercati: cornucopie di delizia ed ispirazione. Cosa cucinerò stasera? Pollo al forno? Risotto al radicchio? Petto di pollo con i funghi e purè? Crema di cannellini con Capesante al burro? No, io ieri sera sono entrata al supermercato con la risolutezza di Attila e con un’unica idea in testa: pizza.

Arraffo la mozzarella, e mi balena in testa un’idea: sono le 7 e non posso mettermi ad aspettate che la pasta lieviti. Proviamo a fare un esperimento: lievito per torte salate fatto in casa con cremor tartaro e bicarbonato.

Arrivo a casa e lancio le scarpe nel corridoio, il cappotto sul divano, e fin qui niente di diverso dal solito. Mi cambio in fretta e furia entrando nei comodissimi pantaloni di pile della tuta.

Terrina, farina (quella che avevo) Mix B Schär mescolata a una punta di mix di cremor tartaro e bicarbonato (proporzione 2:1), due cucchiai di olio e acqua tiepida quanto basta per fare una pasta che si tiri a matterello. La mia versione è stata davvero Speedy perché l’ho anche fatta usando il forno a microonde come forno elettrico perché essendo piccolo si scalda prima. Ho steso la pasta col matterello e l’ho messa in una teglia di alluminio bassa. Per condirla ho usato la passata di cui mia mamma mi ha rifornito mettendola in mini vasetti della Bormioli. Sulla passata la mozzarella e poi una generosa spolverata di origano di Palinuro, sempre di fornitura mammesca.

Beh, alla faccia delle super paste lievitate, questa Speedy Pizza casalinga era una delizia! La pasta croccante; e in questo il cremor tartaro/bicarbonato aiutano parecchio. Il sapore meraviglioso: merito dei pomodori dell’orto di casa e del tempo che ci mette la passata s ridursi nel bubbolìo del pentolone. Per non parlare dell’origano che sapeva di mare, solleone e vacanze.

Sarà stato il retrogusto di solleone l’ingrediente segreto, o il frizzantino dell’aver fatto la pizza in tutta fretta???

Oppure, forse, il caso…

venerdì 4 novembre 2011

La Stagione degli Assaggi e grande potere dell'Ineluttabile

La natura umana si manifesta diversamente in ognuno di noi e ci porta ad affrontare i diversi compiti che ci si parano davanti, ognuno in maniera diversa. E qui torniamo alle diverse categorie umane: gli Sdavàs (vedi primo post) e gli organizzati. Da una parte i Buzzioli dall'altra i Patrizi. Queste le due macro-categorie umane: Buzzioli come me e mio padre e Patrizi come mia mamma e l’egregio accompagnatore che dà colore al mio tempo.

Mia mamma è una grande ospite, come tutte le persone organizzate non c’è una cosa che non le venga bene. Se ci si prepara bene per tempo, ineluttabile a parte, le  cose riescono bene, punto.
Quando mia mamma organizza una cena i preparativi non comincino una settimana prima. Lei apparecchia, prepara , decora, si veste mentalmente un mese e mezzo prima.
La si trova seduta a terra nello studio che seleziona riviste. Poi opera una seconda selezione con dei post-it sulle pagine sopra i quali scrive con la sua bella grafia il nome della ricetta., poi si passa alle prove pratiche.
La cena di Natale è sempre stata di suo appannaggio e di solito a metà novembre, quando la si vede girare per casa con lo sguardo pensieroso di chi sta sfogliando mentalmente una rivista, si comincia ad assaggiare.

La frase “Per Natale pensavo di fare….” È l’incipit ufficiale della grande Stagione degli Assaggi. Il sabato e la domenica sono le giornate delle degustazioni prova.
Mia madre al contrario di mio padre è una grande amante di verdura, Sformatini di verdura, strudel vegetariani, flan di carciofi, soufflè di zucchine e lasagne vegetariane popolano la tavola della Stagione degli Assaggi.

Questo le battute classiche di un pranzo della Stagione degli Assaggi:
“Marco, senti questi sformatini/flan/soufflè/strudel di verdure. Pensavo di farli per Natale”
Mio padre guarda il piatto, assaggia un boccone e si vede che parte già prevenuto. Poi fa la faccia di chi ha appena assaggiato il purè della mensa e dice: “Si, si. Bah…” poi scomoda perfino il buon Dante dicendo “Senza infamia e senza lode”. Fa una pausa, guarda il malcapitato sformatino e in tutta la sua friulanità di solito aggiunge: “Ma non ci puoi mettere un po’ di salsiccia??Al sa di flap”  “Sa di fiappo” Flap, comunemente italianizzato in fiappo è una di quelle parole friulane che io amo alla follia in quanto intraducibile e vuol dire moscio, senza carattere, floscio, senza forza, senza carattere… ecco per mio papà la verdura ha bisogno di un rinforzino suino per acquisire dignità.

Tutto questo preambolo per dire che io da buon Sdavàs nutro profonda ammirazione per i Patrizi e ho deciso anche io di fare delle prove per una cena che vorrei organizzare. Ho fatto queste crespelle con la farina di castagne ripiene di scalogni ricotta e porcini. Le ho fatte, arrangiando ingredienti assolutamente a caso; questo perché le mie ricette sono un po’ un Frankenstein culinario, pezzi di sensazioni, ispirazioni e ricette lette chissà dove. Quasi uguale alla tecnica delle bandierine di post-it di mia madre… no?

Erano buone, davvero buone! Io credo che a me le cose riescano bene perché il buon Dio premia anche gli sdavàs. Infatti, e qui lo dico con una punta di sadismo, il disavanzo di impostazione tra me e mia madre, tra i Patrizi e i Buzzioli si riduce al traguardo. Succede spesso che, specie per le torte, io faccio le ricette assolutamente a caso, a cucchiai, manciate, pugni. Torte la cui realizzazione si discosta progressivamente dalla ricetta originale, man mano che la torta prende forma di solito buttate nel forno freddo. Mia mamma là in cucina con bilancino di precisione, termometrino ecc. e succede spesso che mi telefoni con un diavolo per capello.
“La torta è venuta una schifezza atomica, secondo te che cosa ho sbagliato???” troppo burro? Troppo zucchero, troppo cotte, troppo lievito?” Tu come la fai?” Mia risposta “Boh non so , non mi ricordo, a caso”. Indispettita e con il suo orgoglio profondamente leso, chiude la telefonata.
Io con un motto di piccolo sadico orgoglio incasso la mia mini (piccola,piccola) vittoria marcata Sdavàs.

La fortuna aiuta gli audaci! La vittoria dell’Ineluttabile! (maiuscolo ovviamente)


 Serve dire che non so darvi la ricetta???

giovedì 20 ottobre 2011

La pasta matta dell'Artusi. La scienza in cucina e l'arte della pazienza.





Come già molti sono al corrente io ho una passione viscerale per Pellegrino Artusi ed il suo libro “La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene" in primo luogo per il titolo. Il titolo in sé è un dictat Slow Food. Cucinare cum grano salis, sapendo ciò che si fa e di conseguenza mangiare bene, con piacere, cose sane e genuine. Quest’ultima un’ arte che abbiamo perso. Io in prima battuta e parte della ragion d’essere di questo blog è la necessità di una rieducazione al sapore, al piacere, alla moderazione, all’essenza del cucinare e del mangiare.

In secondo luogo, io adoro questo libro perché scritto da un uomo che amava stare ai fornelli, a mio parere una delle cosa più belle che ci siano. Le ricette sono state tutte provate da lui stesso, con l’aiuto di due cuochi. In effetti, c’è forse qualcosa di meglio che cucinare in compagnia? Già un pranzo è qualcosa di conviviale, se poi lo è anche la preparazione, la condivisione dell’esperienza si estende fino ad farlo diventare un evento sociale fatto di cooperazione e armonia. 

Il fatto, poi,  che le ricette siano state raccolte verbalmente, da questa o quella cuoca, da questa o quella massaia e riportate accompagnate spesso da un aneddoto, fa dell’esperienza culinaria e del saper mangiare un qualcosa di trasversale, quasi una chiave di lettura della vita.

A me è successo di affezionarmi così tanto a questo personaggio, da cercare spesso di immaginare che tipo di persona fosse, che carattere avesse eccetera. Secondo me a Pellegrino piaceva stare assieme alle persone, le sapeva ascoltare e aveva capito come la cucina possa essere espressione di cultura e valori. A Pellegrino piaceva mangiare oltre che cucinare. Me lo immagino, il signor Pellegrino, fuori il freddo, una bella tavola imbandita per il pranzo della domenica.

Lo posso quasi vedere, mentre si pulisce quei baffotti folti da uno sbaffo di sugo dello “Stufatino di muscolo” e sorride compiaciuto, con gli occhi vispi che fanno capolino dalle sopracciglia folte.

Pellegrino ha molto da insegnarci. Ci insegna a guardare alla ricchezza che abbiamo a casa nostra, a farne tesoro e a valorizzarla. Ci insegna a guardare con curiosità ed interesse a quella degli altri, prendendone il meglio. Soprattutto ci insegna che se si crede profondamente in un progetto e lo si porta avanti con convinzione, ci sono buone possibilità che questo abbia successo. Pellegrino credeva così tanto nel suo progetto, che pubblicò il suo libro a sue spese, a testimonianza del vero motivo per cui aveva intrapreso la sua avventura di cuoco e scrittore.

Io leggo spesso questo libro, anche prescindendo dalle ricette, perché al suo interno vedo la vita e il carattere di una persona che parla molto bene al cuore di chi lo legge.

Questa volta ho voluto provare la ricetta della pasta matta, che poi una ricetta non è. Artusi non da dosi, ne molte indicazioni. Con il fantastico eloquio che lo contraddistingue ci dice: Si chiama matta non perché sia capace di qualche pazzia, ma per la semplicità colla quale si presta a far la parte di stival che manca in diversi piatti, come vedrete. Spegnete farina con acqua e sale in proporzione e formate un pane da potersi tirare a sfoglia col matterello.

Il risultato credo sia migliorabile, io ho usato la Glutafin per fare questa pasta e ho messo 300 gr di farina 150 di acqua, un pizzico di sale e 3 cucchiai di olio. Ciò che ho notato con gli impasti senza glutine è che in genere se si aggiunge un po’ di lievito per torte salate viene meglio. Più alveolata, friabile, meno gommosa ecc. La prossima volta userò il burro anziché l’olio, perché ho la sensazione che la renda più soffice e meno gommosa. Con questa pasta ho fatto sia queste tartellette, che a mio parere erano più belle che buone e tre strudel salati che invece erano più buoni che belli…..

Morale della favola, in linea con ciò che insegna l’Artusi, le cose vanno provate. La cucina, e specialmente quella senza glutine necessita pazienza, prove, fallimenti e costanza. Di questi tempi sembra sempre che non ci sia tempo, voglia, pazienza per fare queste cose. 

Io però ci provo lo stesso.





domenica 16 ottobre 2011

Colazione domenicale; ciambella e caffelatte, sole e vento...




Stamattina mi sono svegliata con la luce tersa di ottobre che si insinuava nella mia camera da letto. Le sette sono sempre un buon orario per svegliarsi. A me piace svegliarmi presto la mattina, e ci riesco anche abbastanza bene, dato che nella mia vita non ho mai dormito tanto. Anzi, non ho mai dormito in generale. Ricordo che quando andavo a scuola, a circa 7-8 anni mi alzavo alle 6 e mezza la domenica, mettevo una sedia davanti al frigo, ci salivo in piedi e andavo a prendere il vaso della Nutella dall'armadio con le cose della colazione, che stava proprio sopra il frigo. 
Cucchiaino dal cassetto delle posate e scucchiaiando allegramente accendevo la televisione dove, puntuali come ogni domenica c'erano i Puffi a quell'ora.
Le cose non sono molto cambiate. A parte per il vaso della Nutella, e i Puffi che sono stati sostituiti da altri cartoni animati...(peccato !)

La domenica io mi alzo presto e di solito carico una lavatrice. Che ci volete fare, se non si dorme, almeno si sfrutta il tempo che si ha! Accendo la TV sul telegiornale, me ne pento quasi istantaneamente e sono tentata di cambiare canale e vedere Art Attack! qualche volta è anche successo. 

Un paio  di giorni fa mi sono innamorata di una ricetta che ho trovato su un sito internet (Semi di Papavero). A me hanno sempre fatto gola i ciambelloni, sanno di casa, di nonna, di calore umano. Un po' come l'autunno. Fa freddo ma non tanto. Fa caldino, ma non troppo e qualche volta le giornate hanno il cielo terso e blu e c'è una luce impagabile.

Stamani ho magiato a colazione questo super ciambellone, fatto con un metodo intramontabile: il Mitico Fornetto Versilia! Un forno da fornello nel quale tutte le torte riescono alla perfezione. Lievitano, cuociono senza seccarsi e hanno un profumo che con il forno tradizionale non si ottiene.
Mi sono seduta in salotto, una copia della Cucina Italiana davanti, compagnia molto migliore della TV specie, di questi tempi. Una tazzona di caffelatte fumante. Fuori il sole, dentro la musica. 

Mi aspetta una camminata sulle colline friulane che sanno di muschio, foglie secche e castagne. Il sole tra le fronde degli alberi, piccoli semi di carpino che scendono come elicotteri nel vento, un panorama conciliante.

 E' domenica.


La ricetta che ho fatto è semplicissima e ho voluto provare una farina che di solito uso noi lievitati per dare morbidezza, perchè il problema die ciambelloni senza glutine è che si seccano subito, subito.

La ricetta semplicissima ve la riporto così come è segnata sul sito

30 gr di zucchero
330 gr di farina
70 gr di fecola
100 gr di burro morbido
2 uova
220 gr di latte intero
1 bustina di lievito
Mescolare, farina,fecola, zucchero e lievito in una terrina. Aggiungere un quarto di latte e le uova.
Continuando a mescolare, aggiungere il burro tagliato a pezzetti piccoli e il latte rimanente.
Versare l'impasto ottenuto in uno stampo da ciambella leggermente imburrato e infornare a 180° per 40 minuti.
Spolverizzare con zucchero a velo.
Io ho usato la Pandea, che è una farina che resta molto umida, per pèrovare a vedere se il giorno dopo la consistenza è soddisfacente. IL ciambellone è rimasto morbido, ma la prossima volta diminuirò un po' il latte e ci metterò un tuorlo, vediamo se manterrà ancora più morbidezza. Promossa la Pandea per questa ricetta!

venerdì 30 settembre 2011

Frolla rustica al mais tostato con mele amaretti e uvetta.

 Una torta dall'anima friulana

C'è un sapore che per me è familiare come l'odore di casa, ed è quello un po' abbrustolito e bruciacchiato della "crosta di polenta". La crosta di polenta è un'entità talmente radicata nel mio vissuto che non so nemmeno come si chiami, e soprattutto se si chiami in qualche maniera, in altre parti d'Italia. Quando si fa la polenta, un caposaldo della cucina friulana, nella classica pentola di rame calcata fino a metà nella cucina economica o Spolèrt come si dice da me, si forma sul fondo della pentola una crosticina bruciacchiata che  secondo me è una delle cose più buone del panorama culinario esistente. 
Emblema di semplicità contadina, la "crosta di polenta" è uno dei sapori ancestrali del mio palato. Un sapore che mi ricorda anche l'inverno, quando il borino ti sega via le orecchie e quando dai camini delle case esce un filo di fumo che dona all'aria secca e fredda che c'è d'inverno l'odore di Stiç, di bruciaticcio.  

Una frolla che sa di crosta di polenta? Ma come ho fatto a non pensarci prima?

Era un po' che stavo facendo la corte a questa ricetta, che ho trovato su internet per caso. Grande idea per una frolla alternativa e diversa da quella con le agggiunte classiche di mandorle, nocciole o della stessa farina di mais. Già alla lettura mi immaginavo il sapore di biscotto del mais tostato e facevo abbinamenti mentali per capire che cosa avrei potuto mettere nel ripieno di un'ipotetica crostata. Per mesi il mio cervello si è popolato di crostate e ravioli immaginari con altrettanto immaginari ripieni. Alla fine però ha vinto la mela. La mela vince sempre.

Sarà perchè con quel gusto dolce e quella consistenza, meravigliosamente fresca da cruda, avvolgente e morbida da cotta, si adatta tanto bene ai dolci rustici quanto a quelli raffinati. Sarà che è talmente versatile che la puoi abbinare alle carni, alle verdure come ai formaggi, come al pesce - almeno nel nord Europa - ma la mela vince sempre. Fresca, dolce e acidula, aromatica, profumata e gustosa, la mela le ha proprio tutte!

Nei miei ripieni immaginari cercavo un abbinamento che desse una nota acidula all'impasto, eccoti la mela; ma anche che assecondasse il sapore del mais tostato, eccoti l'amaretto sbriciolato. Crcavo anche un ingrediente che addolcisse un po' la frolla, che avevo volontariamente tenuto poco dolce, ecco l'uvetta. 

Ne è nato, secondo il mio modesto avviso, un abbinamento vincente. Classicissimo negli ingredienti del ripieno: mela, uvetta, amaretti, ma particolarissimo in quel sapore di crosta di polenta a cui noi friulani attribuiamo un valore intrinseco.

A chi l'ho data da assaggiare? Ad una persona che io definirei come l'imperatore della moderazione, il re della misura, il guard-rail dei miei entusiasmi, il paladino del "Sì, sì, (pausa) buono"
Il responso è stato: "Straordinaria, la tua torta, ma cosa ci hai messo dentro?"  
"Di varès mangiada miesa chista matina" (Varietà di friulano che a volte mi è oscura) - Ne avrei mangiata metà questa mattina.

Ora ho capito, per entusiasmere un Friulano bisogna lavorare di cesello su un sapore già conosciuto e familiare, e ti ricompenserà. 

Ah, la cucina, profondo strumento di conoscenza dell'animo unmano!

E io intanto questa sera posso sedermi soddisfatta sul gradino dell'ingresso di una casa tinta di giallo, a guardare le stoppie del mais secco, trebbiato di fresco, magari addentando una mela. Veni, vidi, vici!



Frolla al mais tostato:

70 gr di mais tostato il un padellino e lasciato raffreddare
140gr di Bi-Aglut (io poi ne ho aggiunta altra, più o meno 70 grammi perchè la èasta non assorbiva il burro)
120 gr di burro
80 gr di zucchero
un uovo e un turolo
sale
Lavorare gli ingredienti come nella descrizione già postata della ricetta della frolla.

Imburrare uno stampo da crostata e infarinarlo se non è teflonato. Stendere la pasta fatta raffreddare una mezz'oretta in frigo. Rimettere lo stampo in frigo per  un'altra mezz'ora. Ricoprire lo stampo di un cucchiaio di marmellata di albicocche e spolverarlo con amaretti sbriciolati e uvetta ammolata nel rum. Adagiarvi sopra le mele e distribuire sopra le mele amaretti e uvette; spolverizzare di zucchero.
Forno ventilato 180 per 25 - 30 minuti.
A crostata cotta spennellare le mele con marmellata di albicocche. 

....io proverei anche a sostituire com marmellata di arance...chissà!

lunedì 19 settembre 2011

Lezioni di Cucina Senza Glutine

Eccoci: questa è la forma di un mio sogno...non serve dire molto altro.


 Lezioni di Cucina Senza Glutine in collaborazione con 



Zenzero & Cannella
     in  cucina
Via Torino 39 – 33100 Udine





















Programma:

GIOVEDI’  13  Ottobre  ore 18:00-21:00
  
GIOCHIAMO CON LE FARINE SENZA GLUTINE.Una prima lezione dedicata alla scelta delle farine reperibili sul mercato. Come sceglierle e cosa fare per utilizzarle al meglio nelle diverse preparazioni.                        

Pasta fresca, crespelle, torte dolci e salate e impasti lievitati.   

Costo: 50 €
MARTEDI  6  Dicembre  ore 18:00-21:00

PROFUMI D’AVVENTO
Idee per un menù natalizio, tutto senza glutine!
Costo: 50 €

Per iscrizioni contattate le mie colleghe che gentilmente mi ospitano:

Cell. : 334-8058646  Emanuela
          328-9748537 Licia
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mercoledì 14 settembre 2011

Odore di Settembre: À la recherche du temps perdu

Questo settembre è il secondo che passo a casa dopo un po' di anni fuori. La mia esperienza di emigrante non è stata lunghissima, 5 anni in tutto, ma l'intesità della nostalgia per i colori, i profumi e la luce di settembre e ottobre e stata forte, sempre. Non sono mai riuscta a fare un Settembre e un Ottobre a casa, da emigrante.

L'odore di settembre, delle foglie che iniziano a seccarsi, i colori delle cartelle dei ragazzi che tornano a scuola e il profumo del cambio di stagione mi ricordano la mia infanzia. Quando ero anche io una di quelli che con lo zainetto di David Gnomo(ebbene sì) e il grembiule bianco ritornavo a scuola.

C'è una serie di immagini e senzazioni, odori e emozioni che vogliono dire Settembre. Quando ero alle elementari ricordo che la mia scuola aveva un grande giardino circondato da tigli con al centro un campo di calcio. Un profumo inebriante a giugno; una vista incredibile d'autunno, quando parte dei tronchi veniva coperta da un mucchio alto di foglie secche.

Non credo ci voglia molto intuito per capire che la tentazione di saltare e agitarsi nelle foglie era troppo forte. La sera ritrovavo coriandoli di foglie secche anche sotto la canottiera.

L'odore che sprigionavano queste foglie è quello che io associo al mese di settembre e che provoca nella mia mente una reazione simile a quella descritta da Proust nella scena delle Madeleines.
Io vivo a 5 sensi, credo che i miei ricordi olfattivi e del gusto siano tanto potenti quanto quelli visivi. Talvolta li battono in nitidezza e precisione.

Questo è uno di quelli.

Un paio di giorni fa uscendo dalla macchina, un odore di foglie secche mi ha letteralmente colpito in faccia...

Di nuovo in quel giardino, di nuovo fra le foglie di tiglio.

E se io aspettassi un paio di settimane ?

L'attesa, prima del salto: foglie secche di tiglio...Colonne d'Ercole sul mio passato

venerdì 9 settembre 2011

Artusi senza glutine ma con mille varianti


Domenica ero in vena, anzi avevo proprio una voglia matta di fare biscotti. Sarà che sento che è settembre e ormai io sono già in animo autunnale, sarà che era tanto che non usavo il forno, sarà che a me piace da matti regalare i biscotti, non so. Mi sono svegliata con quell’idea in testa e, come mi succede sempre di Domenica, mi sono svegliata che albeggiava.

Io devo dire la verità, non essere capace di dormire a lungo ha i suoi svantaggi (occhiaie e faccia da disperata, di solito), ma in una bella giornata di sole, quando fuori c’è poco movimento e ho la mia città tutta per me, io mi sento in pace.

Mi trucco, inforco la mia bici e vado a leggere il giornale. In piazza San Giacomo ci sono delle bancarelle, tutte ancora chiuse, due lettori del Messaggero intenti come me a leggere il giornale regionale. Cosa sarà mai successo a Tolmezzo? E a Cividale? A Mereto di Tomba?A me piace la cronaca locale, la trovo variopinta e interessante!

Aspetto che apra il supermercato, vado a prendere gli ingredienti e mi accorgo che ho ancora un po’ di tempo per andare a salutare mio Zio e Zia. Se la prendono comoda, la Domenica fanno tutto pianino-pianino, come dovrei imparare a fare io…

Nel fare la spesa mi accorgo che come sempre fra gli scaffali trovo grande ispirazione. I biscotti che avevo già postato in occasione della mia prima Marcialonga sono stati convenientemente rivisitati. Passo tra le corsie, davanti alla passata di pomodoro penso: e se ci aggiungessi le nocciole tostate? Chissà che buon aroma! Davanti al tonno penso: li arrotolo nel mio müsli croccante Schär e nello zucchero di canna. Chissà che croccantezza! Avevo ragione!

Già la ricetta dell’Artusi secondo me è perfetta così com’è, ma il fatto che si presti a mille varianti possibili la rende preziosissima. Finora li ho provati semplici, aromatizzati con arancia e vaniglia, chiodo di garofano e anice stellato in polvere. Vengono benissimo anche con l’olio di oliva o di semi e un cucchiaio o due di vino bianco al posto di una parte del latte. Insomma, è una ricetta talmente solida e perfetta che un pasticcere pasticcione può dargli tutti gli scossoni che vuole, che il castello resta sempre in piedi.

Se devo dir poi qualcosa sulle ricette dell’ Artusi, questo è ciò che penso. Ci sono veramente pochissime ricette che riescono a venire tali e quali e senza modifiche nella versione senza glutine.
Se dovessi fare una statistica delle ricette che hanno questo indiscutibile pregio mi trovo a notare che in genere sono ricette vecchie. Per vecchie intendo (aihmè dato che anche io ho 30 anni) quelle dei miticil libri della Curcio con la spirale e il leggendario Artusi. Anche per quanto concerne la pasticceria, devo dire che queste due fonti non cessano mai di sorprendermi positivamente e di darmi quella rassicurante sensazione i non dover sbattere la testa fra diverse quantità di farina e liquidi per ottenere un risultato accettabile.

La ricetta la trovate al post chiamato Cardiolonga, le varianti alle nocciole e al müsli sono di facile interpretazione e realizzazione.

Altro post senza ricette!

Non mi starò forse adagiando sugli allori? Forse sono già in fase pre-letargo?

( a proposito, data la mia inerzia, e data la mia voglia di fare 1000 cose in un tempo assolutamente insufficiente, sono anche arrivata in ritardo al pranzo dai miei…ecco! Ho fatto un’Ariannata anche stavolta!)

mercoledì 31 agosto 2011

Una vecchia Opel può risolvere una cena.




La desolazione post vacanze che regnava impunita nel mio frigo ha dato vita a questa che non chiamerei proprio ricetta, quanto un tentativo di non morire d’inedia al ritorno da un viaggio di 5 ore.

Guardo la dispensa con “la testa piena di vento” come diceva il buon Guareschi. Olio, aceto, di tre diverse qualità, ma nulla da condire con tutti questi condimenti a parte del tonno e del cuscus di mais e riso. Guardo nel freezer, pasta frolla surgelata, funghi surgelati, minestrone surgelato. Guardo nel frigo: marmellata, acciughe sott’olio e una testa d’aglio…desolazione alimentare.

Che fare? Pensa e ripensa…cuscus e acciughe con biscottini di frolla…no. Marmellata sul tonno con decorazione d'acciughe…no, minestrone in agrodolce…bocciato. Tartare di minestrone su frolla… direi di no.

Cammino dalla cucina al salotto, dal salotto alla camera da letto, no l’idea non è in camera.  Vado dalla camera da letto al bagno: no l’idea non è nemmeno là, faccio una smorfia davanti allo specchio: nessuna ispirazione…

Vado in terrazza, passa l’immancabile auto con i problemi alla cinghia di distribuzione producendo la classica stridente sviolinata.

Ecco dov’era l’idea! Che succede se salto le verdure del minestrone nell’olio e aglio e ci condisco il cuscus? Magari ci aggiungo il tonno e qualche acciughina? Gisto così per dargli un po' di sapore in più.

Ecco qua che dal nulla, con un po’ di ingegno e dalla serenata di una vecchia Opel nasce un modo insolito di impiegare il minestrone surgelato.

E se la prossima volta lo infilassi in uno strudel, o in una torta salata? Altri ingredienti possibili pancetta, prosciutto, dadi di Montasio?
Vedremo…
Vedrete…

Direi che la ricetta non serve, vero?

giovedì 25 agosto 2011

La torta “senza”: ovvero quando togliere vuol dire avere qualcosa in più

Io ve lo devo dire: a me la chantilly con la panna montata non va giù. Già la crema pasticcera non è di per sé una passeggiata di leggerezza, se poi per alleggerirla ci infiliamo anche nuvole di panna montata, l’impresa digestiva si fa ardua.

Il destinatario di questa torta poi digerisce male i latticini, specie se grassi, e così mi sono dovuta inventare un modo di fare una torta che fosse sia senza glutine per me, che senza latte per il festeggiato.
Secondo il mio modesto avviso, una torta fatta per una persona deve avere qualcosa che la richiami, che ce la ricordi.
Il destinatario è una di quelle persone che nel 2011 non posseggono un cellulare e guardano poco la televisione, badano all’essenziale e alla natura delle cose. Una persona questa, che passa gran parte del suo tempo all’aperto, tra orto e giardino. Nelle rare occasioni in cui non lavora tra gli ortaggi o i fiori lo si vede con una maglietta e pantaloni corti e grandi stivali di gomma appoggiato con la schiena ad un albero da frutto ad ascoltare ed annusare il vento o mentre passeggia tra gli alberi del giardino dando un morso a una mela appena colta dall'albero.

Ora, una persona così non può che ispirare una torta diretta (ammesso che una torta possa essere diretta), non ampollosa e decorata. La torta doveva essere semplice, sincera, ma preziosa nella sua semplicità, colorata e allegra, ma rassicurante nel ricordare sapori già gustati.

La giornata era poi stata eccezionalmente calda e in tutta franchezza, già avevo dovuto accendere il forno con sommo disgusto e l’idea di mangiare una torta pannosa non allettava neanche il mio palato surriscaldato.

Le idee migliori nascono sempre dall’ingegno nello sbrogliarsi di una situazione difficile!

Ne è nata una torta che ha incontrato il gusto di tanti, essendo fresca, un po’ acidula, con tanta frutta e senza grassi né latte. Una torta che si è adattata alla sovrabbondante presenza di carne alla griglia, polenta e tutte le leccornie che di solito si è soliti incontrare ad una festa di compleanno estiva.

Il gran brevetto di questa torta è stata la finta crema pasticcera: si prendono le stesse dosi della crema pasticcera standard e si sostituisce al latte purea della frutta che volete utilizzare e diminuire di 1/3 la dose di zucchero dato che la frutta è già dolce a sufficienza. Io l’ho fatta con le pesche. Per alleggerire la crema veramente ho incorporato 2/3 dei bianchi rimasti dalla crema pasticcera montati a neve e stabilizzati con lo zucchero a velo e un buon cucchiaio di succo di limone. L’acido citrico infatti aiuta la montatura e dà stabilità all’albume evitando che si smonti, lo zucchero gli dà consistenza e più struttura.

Ho preso la ricetta classica del Pan di Spagna che ho già postato come prima ricetta. Lo si taglia in tre e lo si farcisce con uno strato di marmellata di pesche diluita con un po’ di rum e la crema pasticcera alleggerita.
Sulla torta poi si adagiano concentricamente le fette di pesca e le si ricopre di gelatina di albicocche che gli dà lucentezza e evita che si ossidino.

Non potendo decorare i bordi della torta con la panna e avendo finito le mandorle ho tagliato a metà dei savoiardi della Schär e li ho inzuppati nel succo di pesca adagiandoli poi in piedi contro il bordo della torta.

Il risultato mi pare bello, no? Buona era di sicuro!


venerdì 5 agosto 2011

Compleanno Parade Parte 2: il MIO compleanno e le MIE torte di compleanno per ME

Una settimana fa era il mio compleanno, ho smazzato i 30. Convenientemente festeggiati con bagordi di dolciumi, griglia e patate fritte come si conviene. E’ stata la prima festa così in grande che facevo. Ho voluto riunire tutta la mia famiglia e i miei amici. Tutti seduti assieme ad un gigantesco tavolone a U. Tutti quelli a cui voglio bene. Trota alla griglia, patate fritte, verdura, quattro chiacchiere e una torta.

Il titolo del post è un po' autoreferenziale, ma io in due giorni ho fatto 3 torte per un totale di 36 uova impiegate tra torte, creme ecc. La prima, la Vulcanotorta del post precedente, le altre due fatte in una sera, una mezz'ora tra le sei e le sei e mezza di mattina del mio compleanno e fra le sette e le sette e mezza di sera, prima della festona che ho organizzato. Una vita di corsa!

La prima delle due torte rettangolari era un semplice pan di spagna del quale trovate la ricetta nel primo post di questo blog. L'ho tagliata in tre strati, farcita di marmellata di albicocche diluita con rum, e crema pasticcera alla vaniglia, non vanillina e albicocche fresche.

La seconda invece è fatta con un pan di spagna al cacao, inumidito con una bagna allo zucchero di canna e liquore all'amaretto e farcito con crema pasticcera DI pesche, non alle pesche. Ho coperto i tre strati con una crema ganache al cioccolato e decorato con dei ghirigori (ma esiste questa parola che io uso tanto spesso???) al cioccolato bianco per i quali ho usato un sac à poche di fortuna fatto di carta forno.

Mi pare che sia venuta abbastanza buona, forse delle due mi è piaciuta di più la prima, perchè speravo che le pesche della seconda si sentissero di più.... vabbè dai, anche se non si dovrebbe mai fare esperimenti quando si cucina per tante persone, io sono una temeraria e l'ho fatto ugualmente.
Anche se la mia brava dose di brivido l'ho avuta comunque!

Infatti, sarà che quando cucino per i miei parenti succede sempre qualcosa di inaspettato, ma anche questo giro è il viaggio da Udine fino alla pedemontana, che ha fatto più male alla mia torta. Infatti, convenientemente alloggiata nel bagagliaio della macchina, tranquilla della mia guida e sicura della strada, ho comunque fatto in modo che la scatola di cartone dell'autoradio andasse a conficcarsi in tutta la sua crudele spigolosità sulla morbida glassa di crema ganache.

Per fortuna in questo i miei amici sono venuti in soccorso e Eva, con la sua consueta attutudine nel capitare a fagiolo, arriva con dei bellissimi cioccolatini. Delle lenti piatte con una mandorla al centro che sembravano appositamente fatti per la mia torta. Rendevano più completa la decorazione e richiamavano la cioccolata della torta e con la mandorla, la decorazione tutt'intorno e il ripieno d'amaretto! Quando si dice la fortuna!

Cosa farei io senza i miei amici?



La foto non è un granchè ma la luce del posto e la fantasia della tovaglia erano inclementi!

domenica 31 luglio 2011

Vulcanotorta per animi esplosivi: Compleanno parade Parte 1


Non so perché, a me le torte fatte nella tortiera tonda riescono sempre a forma di vulcano. Ho provato di tutto: forno alto, forno basso, ventilato, statico. Niente, il mio forno fagocita impasti perfettamente paralleli al suolo e restituisce torte entusiasticamente somiglianti al vulcano Mauna Loa. Il mio forno restituisce torte simpatiche, ma non certo aderenti ai crismi dell'alta pasticceria.

Giovedì due dei miei colleghi compivano gli anni. Due persone interessatissime, vulcani di creatività, vita e idee. 
Uno dell'amministrazione, piccolino e mingherlino. Lunatico e mutevole come una donna. Secco, come si dice in Friuli, ma con una grinta che diventa perfino aggressività se lasciata a briglie sciolte. Una personcina che al primo incontro ti sembra professionale, anche se informale, che tiene i bilanci sulla punta delle dita e ci gioca come fossero biglie, e che invece dopo un po' si rivela in tutta la sua furia. Un uomo che all'arrivo del caldo e delle maniche corte rivela un braccio ricoperto di tatuaggi e che tutto tronfio arriva in saletta caffè e, tirando su la manica fino alla spalla, dice: Oh, ragazzi. (Pausa, sorriso fiero) Ho finito il braccio!
Alla domenica lo potete trovare appeso a una corda su strapiombi di considerevoli altezze, mentre si regge con una mano su uno spunzone di roccia….ecco, detto tutto!

L'altro, davvero silenzioso, un sorriso timido, sguardo che si alza a stento dai quadri elettrici, che non parla di sé, che sembra perfino fragile nella sua timidezza, ma con un ego e una forza interiore, una creatività e un fantasia che sorprendono. L’elettronico in questione è una persona che nuota nei quadri elettrici per lavoro, ma compone musica, si intende di chimica….e fa mosaici nel tempo libero! Ma io dico: la natura umana, non è forse una cosa meravigliosa?

Queste sono persone che mi stupiscono ogni giorno con la loro profondità d’animo, la loro tridimensionalità di interessi. Sono persone variopinte, che stimolano curiosità e danno l’idea di dinamismo interiore che mi fa ben sperare nelle sorti del futuro.

Se dessimo il mondo in mano a persone del genere, io francamente mi sentirei molto più sicura. Altro che università!

Per loro ho fatto una torta che avevo già fatto per l’energumeno dell’ufficio tecnico, come post produzione dopo il mio coraggioso tentativo e l’arditezza nel portare una torta alla frutta. Ho sostituito parte della farina con farina di mandorle, giusto per dare un tocco diverso e l’ho decorata con mandorle a lamelle, ingrediente che ormai compare in molte preparazioni dato che ne ho comparto un chilo e devo utilizzarle prima che soffrano troppo il caldo! Potrei chiamarla, vendetta al cioccolato e mandorle.

A pensarci bene, la forma vulcanica ben si adatta ai destinatari della torta. Vedi, niente succede per caso!


mercoledì 27 luglio 2011

Focaccia lievitata di mele per una domenica autunnale di Luglio



Che Domenica sia stata la giornata più tristemente fredda del mese di luglio che io ricordi è una verità assodata dalla collettività.
Domenica mi sono svegliata con il ticchettio della pioggia sulle persiane, la stessa pioggia che sabato sera cadeva talmente fitta e forte da impedirmi di vedere i lampioni dall'atro lato della strada. (e che, per inciso, ha vinto la tenuta dei miei infissi causando cascate d'acqua che hanno rovinato il mio parquet)

Ora, una cosa che mi ha insegnato la Germania del nord è che arrabbiarsi contro il tempo con serve a nulla.  Dice Confucio: arrabbiarsi perchè a luglio ci sono 11 gradi conditi da una generosa manciata di vento non serve a nulla. 
Sarà, dico io, che non sono germanica e nemmeno confuciana, ma io al Mare ci sarei andata volentieri.

Mi alzo, mi vesto e prendo in mano l'ombrello, vado in Piazza San Giacomo, uno dei miei posti talismano. Questa è una piazza che in ogni stagione è magica in maniera diversa, pur mantenendo comunque la sua natura d'incanto. 
Vado nel mio bar preferito, di cui un giorno pubblicherò le foto. Un baretto delizioso, il cui pubblico naviga attorno ai 60, un posto dove ti siedi, puoi leggere mille giornali e non c'è la musica tunz-tunz che ti distrae.  Caffè, rivista e Messaggero Veneto. La mia colazione della domenica.

Torno a casa e mi dico che, con questa giornata, a parte pulire e fare un dolce che ti riscaldi l’umore non si può fare altro. Non so perché, ma mettere ordine fra ciò che c’è all’esterno mi aiuta anche a fare ordine e pulizia fra ciò che ho dentro. Il mio salotto esteriore e interiore erano tanto disordinati prima quanto lindi e profumati dopo la pulizia. Le piante curate e bagnate, la polvere sparita, l’aria fresca e profumata. Bene, ora sì che si poteva iniziare ad imbrattare la cucina! Quella, al contrario, deve essere un po’ disordinata, perché deve rimandare alla creatività necessaria per utilizzarla al meglio!

Opto per questa focaccia lievitata naturalmente con il lievito di birra. I lievitati naturali sono il grande fantasma della cucina senza glutine, ma con questa ricetta il dolce si mantiene morbidoso anche il giorno dopo o a preparazione ormai fredda. La focaccia aromatizzata con rum e uvetta viene ricoperta da spicchi di mele che durante la cottura e la lievitazione creano un delizioso disegno cromatico e geometrico. E così si è esaurita la mia mattinata.

Nel pomeriggio, convenientemente accompagnata, vado in centro di nuovo. Domenica è stata una giornata cittadina al 100%. Qualche volta ci vuole anche la fuga dalla natura. Caffè, gelato e passeggiata, salita sul castello, ammirazione panorama montano…c’era tutto.

La giornata uggiosa e fredda è andata benone lo stesso: pulizia, focaccia e passeggiata hanno creato una piacevole sensazione di benessere e relax, avvolti nei maglioni settembrini. Un risotto ha scaldato la serata. 
Pazienza che l’arborio (unico a mia disposizione al momento) non abbia dato il meglio di sé in cottura, ma quel risotto ai frutti di mare, cucinato in compagnia è uno dei più buoni che io abbia mangiato. Sarà stata la mantecatura a 4 mani, l’ingrediente segreto, o forse le chiacchiere durante la preparazione, o forse il sorriso candido dall’altro lato della tavola.

Non so, fatto sta che la cena sapeva di Mare, di Casa e d’Affetto.

Anche il calore umano è commestibile.



Questa focaccia è incredibilmente semplice da realizzare, per un lievitato senza glutine e riesce sempre, anche cambiando tipo di frutta. La presenza della uova, dell’olio e dell’acqua le danno l’umidità e la struttura giuste perché si mantenga bene anche da fredda

350 gr di farina Bi-Aglut
200 ml di acqua tiepida
1 cubetto di lievito di birra consentito
½ bicchiere d’olio di semi
un uovo grande
150 gr di zucchero
mele e uvette a piacere, quest’ultima ammollata nell’acqua calda e rum

Sciogliere nell’acqua tiepida il lievito di birra con un cucchiaio dello zucchero e lasciar riposare 5 minuti. Impastare assieme tutti gli ingredienti tranne le mele con le fruste a gancio e lasciar lievitare coperto da pellicola a 40 ºC per 35-40 minuti. Mettere le fettine di mela tagliate sottili sulla superficie e cospargere di zucchero a velo. Cuocere a 180ºC per 50 minuti.